Gravidanza

Il mio parto. Seconda parte

Dov’ero rimasta? Ah, si, in sala travaglio in preda alle contrazioni e abbiamo lasciato Alberto a fare avanti e indietro per il corridoio. Dopo avermi fatto il tampone per il Covid, cosa che mi ha fatto sentire un pò più sicura anche in previsione degli incontri con altre mamme in reparto, mi hanno portato il pranzo. Ma stavo troppo male, non riuscivo nemmeno a deglutire un sorso d’acqua e se adesso dovessi dare un consiglio ad un’altra mamma le direi di sforzarsi un pò, servono davvero tante forze.

Giulia, l’ostetrica che mi stava seguendo era la stessa con cui avevo fatto il corso preparto in videochiamata, è stato bello vedere un volto conosciuto. Mi ha detto che sarebbe tornata a visitarmi alle 15.30. Che cosa???? Ma io sono pronta adesso, sto malissimo. Mi guardò con un misto tra dolcezza e compassione, chissà quante altre volte aveva sentito la stessa frase. Mi rassicurò (leggi spaventò) dicendomi che ne sarebbe passato ancora di tempo. Avvisai Alberto dicendogli di andare a casa, riposare, tanto per un paio di ore non sarebbe successo nulla. Vi risparmio la preoccupazione dei parenti lontani che chiamavano Alberto continuamente.

Punuale alle 15,30 torna Giulia e mi visita. Al ricovero ero dilatata di tre centimetri, adesso di tre centimetri abbondanti. Ma è uno scherzo? Con quei dolori lancinanti che sentivo non era cambiato nulla? Avrei dovuto sentire ancora più dolore? Giulia mi rassicurò dicendomi che i primi centimetri sono i più difficli, poi dal sesto è un attimo. Ad arrivarci a sei. Avvisai Alberto che a sua volta avvisò tutti gli altri. Giulia sarebbe tornata alle 19,30, ma capendo la mia agitazione tornò a visitarmi anche alle 17. Quasi 4 centimetri. Non riuscivo a crederci. Era tutto così lento e doloroso. Per non pensarci mi sono concentrata ad ascoltare il battito del mio piccolino, a parlargli, gli ho chiesto di collaborare come aveva sempre fatto, gli ho promesso che mi sarei impegnata, anche se in quel momento vedevo tutto nero.

Alle 19 il cambio turno, torna Giulia a salutarmi e mi dice di non farmi trovare ancora così al suo ritorno la mattina seguente. La cosa non prometteva bene, ma ho finto un ok disperato. Al suo posto un altro volto conosciuto, Betty, l’ostetrica con la quale avevo aperto la cartella, una ragazza di una dolcezza infinita. Mi visita e siamo a 4 e mezzo. L’ho implorata di far entrare almeno Alberto, ma dovevamo aspettare ancora un pò. Ritorna qualche ora dopo ed ero quasi a 5 e mi rassicura dicendomi che tra poco avrebbe fatto entrare anche il futuro papà che nel frattempo mica era andato a casa, era rimasto fuori in attesa.

In tutto questo non vi ho detto che non era possibile fare l’epidurale sempre per la questione Covid. Non l’avrei chiesta perchè sono abbastanza masochista, ma in ogni caso non sarebbe stato possibile. Al suo posto ci hanno messo a disposizione del gas esilarante che non è che alleviasse molto.

Intorno alle 22 ennesima visita, ci siamo, quasi sei centimetri, non mi sembrava vero, Betty mi dice che avrebbe chiamato Alberto. Lo vedo entrare solo alle 23, la sala in cui lo avrebbero dovuto far vestire era occupata e quindi ha dovuto aspettare. Ma finalmente era lì con me, contava solo quello in quel momento. Ho visto dai suoi occhi le condizioni in cui ero, ha chiesto cosa potesse fare e Betty gli ha detto di prendere delle garze, bagnarle e passarmele sulla fronte. E’ stato dolcissimo, mi teneva la mano quando gliela porgevo, mi stava accanto, mi sosteneva, ma senza pronunciare quelle solite frasi che sapeva benissimo mi davano su i nervi. Devo ammettere che non mi aspettavo fosse così bravo in quella situazione, invece mi sono dovuta ricredere, non avrebbe potuto fare meglio.

Io ho ricordi confusi del mio stato in quelle ore, so che ero sfinita, senza più forze, stremata dal dolore (quello che tanto speravo arrivasse giorni prima). In tutta sincerità adesso posso dirvi di averlo dimenticato, so cosa raccontavo ad Alberto quando è entrato, glielo descrivevo nei minimi dettagli, ma adesso non lo ricordo più. Ad un certo punto le contrazioni sono cambiate, è subentrata l’esigenza di spingere, un’esigenza impossibile da frenare. Betty mi diceva che era ancora presto, ma io non riuscivo a fermarmi. Mi ricontrolla e in effetti c’eravamo quasi, la dilatazione era completa. Non riuscivo nemmeno ad esserne felice, stavo troppo male.

Betty da allora non si è più allontanata da me, mi ha detto che quando avrei visto la stanza piena sarebbe stato il momento. Mi toglie le fasce del monitoraggio, ormai non erano più necessarie, Pierfrancesco era già in posizione. Iniziamo a provare una serie di posizioni per facilitarmi le spinte, ma nessuna sembrava funzionare, ero troppo stanca, ad un certo punto ho creduto che mi avrebbero operata. Ho cominciato a pensare alla mia nonna materna, una seconda mamma per me, la persona che in vita mi è stata più vicina e che so continua ad esserlo anche da lassù. Le ho chiesto di aiutarmi a spingere, lei che ha partorito sette figli poteva darmi la forza che non avevo, o che credevo di non avere. Perchè non appena Betty ci ha detto che si intravedeva una testolina piena di capelli neri e che adesso dipendeva tutto da me, è avvenuto il cambiamento. Adesso dovevo mantenere la promessa che avevo fatto a mio figlio, dovevo impegnarmi e fare la mia parte. Ho lasciato perdere le ginocchia che ormai non opponevano più nessuna resistenza, mi sono aggrappata alle maniglie del lettino ed alla contrazione successiva ho trattenuto tutto il fiato che poteva entrare in corpo e ho spinto senza più fermarmi. Una spinta lunga, dolorosissima e liberatoria. Una spinta intensa quanto il sentire la sua testolina uscire dal mio utero. Un attimo dopo era tutto fuori di me. Qualche istante e quel silenzio che sembrava durare un’eternità è stato interrotto da un pianto fragoroso, è stato interrotto dal meraviglioso pianto di mio figlio. Come faccio a descrivervi come mi sono sentita? Mi ero svuotata, ma al contempo ero piena, piena di un amore mai provato prima. Mi hanno subito messo Pierfrancesco addosso, ha smesso di piangere e ha aperto immediatamente gli occhioni ed è stato il momento più bello della mia vita. Avete presente gli animali che hanno l’imprinting? Ecco, così. Ci siamo riconosciuti, ci siamo annusati e abbiamo capito che sarebbe stato per sempre. Quando una donna affronta una cosa del genere, si rende conto che non ci sarà nulla che non farà per il figlio. Ho guardato Alberto, occhi lucidi, occhi increduli di fronte alla meraviglia che aveva davanti a sè, occhi innamorati.

Stavo benissimo, tanto debole, ma euforica. Nessun punto di sutura, nessuna lacerazione, io e Pierfrancesco, con la collaborazione del papà e di Betty, eravamo già una squadra perfetta.

Giusto il tempo dei controlli, delle misurazioni, del bagnetto e l’amore della mia vita era di nuovo sul mio petto, avvolto da un lenzuolino. Me lo hanno attaccato subito per facilitare l’allattamento e poi sono usciti tutti, lasciandoci soli. Io e Alberto potevamo finalmente goderci il nostro miracolo. Quelle manine che sognavamo di stringere, quella boccuccia che stava cercando di nutrirsi dal mio seno, quelli occhi grandi che ci fissavano, tutto era perfetto. Alberto si è stretto a noi e abbiamo pianto e riso insieme. Il nostro amore adesso era completo.

Il 27 maggio alle 2,27, dopo 21 ore tra contrazioni e travaglio, è nato Pierfrancesco Vecchio, sono nata io come donna e come mamma. Il 27 maggio alle 2,27 siamo nati noi come famiglia.

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